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giovedì 8 agosto 2013

Curare la Ludopatia con un farmaco per il Parkinson?

Curare la Ludopatia con un farmaco per il Parkinson?

Finora alcune cure per il Parkinson sono state ritenute responsabili di effetti collaterali come lo sviluppo di forme di ludopatia. Una novità in senso contrario è rappresentata da quanto emerge dal 23° meeting dell’European Neurological Society (Ens) a Barcellona. E cioè che l’amantadina, una sostanza usata per la terapia dell’influenza e del Parkinson, potrebbe rappresentare una nuova opzione per il trattamento del gioco d’azzardo patologico.

Curiosa la vita di questa sostanza, l'amantadina, che si scopre essere prescritta per patologie così diverse tra loro, dall'influenza all'impulso a puntare sui cavalli o a scommettere su un partita di calcio. Oltre ottocentomila persone malate di ludopatia, coloro che spinte da un irrefrenabile impulso buttano denaro, tempo e vita in una slot o in qualsiasi altro gioco che regala un sinistro piacere. Una dipendenza come le sostanze stupefacenti e l'alcol.

Tutto è iniziato dagli effetti secondari di altri farmaci indicati per la terapia del Parkinson. Farmaci che, a lungo andare, scatenavano in alcuni pazienti il desiderio di scommettere. Per riparare quel danno i neurologi si sono spostati sull'amantadina. Risultato: niente dipendenza. Da qui, l'ipotesi, di adottare quel farmaco per i pazienti che lottano contro il gioco d’azzardo.

Parte una sperimentazione con numero limitato di volontari seguiti da neurologi e psichiatri dell'università di Chieti. Risultato: questa sostanza riduce la voglia di scommettere. La ricerca è stata presentata nel Giugno 2013 a Barcellona davanti alla platea dell'European Neurological Society da Giovanni Martinotti ricercatore alla cattedra di Psichiatria dell'Università di Chieti, diretta dal professor Massimo Di Giannantonio.

Martinotti, coordinatore nazionale dei Giovani Psichiatri, è pronto ad avviare un nuovo studio con più pazienti. Va verificato se, con numeri più ampi e con una diversa organizzazione clinica, si arriva agli stessi risultati: «Una piacevole sorpresa quando l'équipe del professor Marco Onofrj – della Neurologia dell'università di Chieti – ci ha mostrato le sue evidenze scientifiche. Sapevamo che alcuni farmaci, nei parkinsoniani, inducono alla compulsione ma non pensavamo che altri avessero l'effetto opposto» dichiara Martinotti.
Le dipendenze, in particolare quelle da gioco, in pochi anni, sono diventate un allarme sociale «Il nostro gruppo ha voluto subito sperimentare perché la ludopatia distrugge la vita del paziente e quella delle loro famiglie» continua Martinotti. Ma come può uno stesso farmaco essere utilizzato per chi ha il Parkinson e chi gioca d'azzardo? «Nel Parkinson viene sfruttato l'effetto dell'aumento di dopamina in generale nel sistema nervoso, nelle dipendenze e nel gambling viene utilizzato l'aumento di dopamina specificatamente nel nucleus accumbens, il centro del piacere e della gratificazione» spiega Martinotti.

Qual è stato il commento dei pazienti? «Ci hanno detto che il desiderio di giocare si era ridotto. La sperimentazione è durata per alcuni tre mesi e per altri sei. Due compresse al giorno». Avevano, cioè, più tempo per riflettere? «L'assenza di compulsione permette al paziente di fermarsi. Di avere maggiori vantaggi dagli incontri con lo psicoterapeuta come dai gruppi di aiuto». Prendendo questo farmaco sono state sospese le altre terapie? «In generale questi pazienti assumono, in diverse dosi e secondo la gravità della patologia, degli antidepressivi o ansiolitici. La psicoterapia è un vero sostegno. Chi ha accettato la sperimentazione ha aggiunto l'amantadina al resto del programma terapeutico» conclude Martinotti.
 


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