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mercoledì 23 novembre 2011

“A 39 anni vivo con un pacemaker in testa”

“A 39 anni vivo con un pacemaker in testa”

BERGAMO – “La mia storia è fatta di via vai in ospedali per una malattia rarissima. Alle giovani generazioni dico: fate volontariato, perché c’è tanta gente sofferente che ha bisogno di amicizia. E alle istituzioni grido: più fondi alla ricerca medica”. Riccardo Bonomi, 39 anni, risiede nel quartiere di Monterosso a Bergamo, insieme ai genitori. Ha il Parkinson giovanile. Dopo la laurea in Fisica a Milano e un master di tecnologia nucleare a Pavia, per due anni lavora all’istituto Negri di Milano. Sulla sua giovinezza e sulla promettente carriera si abbatte una scure.

I primi disturbi –
”A 29 anni – racconta Riccardo – ho avvertito dei disturbi che attribuivo alla fatica. Prima una infiammazione al gomito di un braccio, poi un tremore e infine ho cominciato a zoppicare. I miei superiori del Negri mi hanno così consigliato visite specialistiche”. La prima è da un medico a Monza, poi un’altra a Bergamo e una lunga serie di esami, accompagnati da ansia e paura in attesa della diagnosi. “Mi sono presentato con mio padre dal primario di Neurologia. Ero preparato al peggio, ma sono rimasto sbalordito sentendo che ero stato colpito dal morbo di Parkinson giovanile, la cui eziologia resta ignota nel 90% dei casi». Riccardo confida il responso medico agli amici.

L’ho raccontato quasi subito. I contatti con gli amici sono rimasti, vengono a farmi visita qui a casa per farmi compagnia”. Si sottopone a ulteriori esami, perché la malattia causa altri disturbi e la fatica nel camminare. “Due anni fa mi è stato inserito in testa un pacemaker come elettrostimolatore cerebrale. I farmaci sono diventati i miei compagni di viaggio. Se non li assumo, mi sento tremare. Se li assumo, ci sono effetti collaterali. Non esiste ancora una cura e la malattia progredisce”. Sono parole dure, eppure Riccardo parla con serenità. Inizia a impegnare mente, cuore e mani nella pittura. “Quando lavoravo al Negri c’erano vetrini colorati per l’analisi dei geni. Il colore mi ha sempre appassionato e così ho iniziato a dipingere grazie a una vecchia cornice abbandonata”.

Il suo primo quadro è un inno contro la guerra, raffigurata in operazioni belliche dei soldati e la parola «war», guerra, scritta in grande. “L’ho dipinta con la ‘w’ rovesciata, cioè ‘abbasso’, per condannare fin da subito la guerra e il ricorso alle armi, crimini contro l’umanità”. Un suo secondo quadro, intitolato «Avilux», raffigura la bellezza del paesino montano di Aviatico, a cui la sua famiglia è molto legata. Il dipingere gli causa uno sforzo fisico che non può sostenere. Così è passato alla poesia. “La mia ispirazione è casuale, è l’emozione del momento – confida Riccardo –. Mi sento più ispirato quando sto male o tremo. Batto i testi delle poesie al mio computer usando un programma che avevo ideato al Negri”.

Pochi mesi fa, la casa editrice Kimerik ha pubblicato «Fin che il ponte riemerge», la prima raccolta di poesie di Riccardo, fra cui una in cui confessa il suo «amore immortale» ai genitori.

Le poesie – “Racconto la mia esperienza e la proietto in un’altra dimensione che ribalta il passato e la sofferenza, suscitando emozioni e riflessioni nei lettori, che è quello che conta. Leggendole, forse le troveranno oscure o ermetiche, ma sono convinto che vi scopriranno potenza immaginativa, fantasia e musicalità”. Il sottotitolo scelto, «Poesie minori», indica la brevità delle poesie. “Può sembrare un termine poco lusinghiero. Invece la brevità ha il suo fascino, perché esistono poesie brevissime e bellissime, come ‘Soldati’ di Ungaretti”. Riccardo è credente. “Agli inizi della malattia dicevo: Signore, perché? Poi ho pensato che Gesù Cristo ha sofferto sulla croce, parlo con Lui della mia croce e mi sento sereno. Elevo la mia preghiera personale al Signore e recito il Rosario ogni giorno con i miei genitori”.
 


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