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lunedì 19 maggio 2014

Terzo Settore: da ‘operatore sociale’ a ‘imprenditore sociale’

Terzo Settore: da ‘operatore sociale’ a ‘imprenditore sociale’
L'Istat ha censito in Italia 475mila enti non profit. Nel 2001 erano circa la metà: 235mila. Dati alti. Eppure nel 2012 le organizzazioni iscritte nei registri del «5 per mille» erano 43.900. Solo il 9% circa. E anche le donazioni sono inferiori al potenziale. Ma qual è la ragione di questa fatica? Gli esperti sono abbastanza concordi. Rilevano innanzitutto, la carenza di figure interne al terzo settore in grado di svolgere un'attività di raccolta fondi in modo professionale.

Questo penalizza le associazioni, come la carente comunicazione coi donatori (spesso ci si aspetta di ricevere senza chiedere). Tutto ciò, a sua volta, dipende anche da una lacuna normativa, perché in Italia il 5 per mille non è inserito in una legge ma viene rinnovato di anno in anno.

Una precarietà che non aiuta il sistema. Un po' come le imprese italiane, storicamente piccole e poco propense a crescere, così anche il non profit in Italia aumenta per numero di organizzazioni ma sconta la difficoltà, anche per i soggetti più grandi e conosciuti, di avanzare in termini di raccolta fondi. 

Carenze e precarietà sono a loro volta legate a ragioni strutturali-culturali e politico-istituzionali. Il settore in Italia è caratterizzato da basse retribuzioni del personale, ostacoli e incertezze investire nel marketing e nella pubblicità, mancanza di risorse croniche. 

Poi c'è un pregiudizio culturale diffuso: secondo la ricerca condotta nel 2011 da Philantropy Centro Studi di Bologna il 76% degli italiani fa una sola domanda prima di donare: «Che percentuale va alla causa?», e solo il 6% si interessa della qualità dei programmi. 

Altro motivo di questa cronica difficoltà a crescere è il più facile e veloce intervento statale. Valerio Melandri, docente di Principi e Tecniche di Fundraising, direttore del Master in Fundraising dell'Università di Bologna, fondatore e presidente di Philanthropy Centro Studi, ha le sue proposte per dar vita ad una “riforme a costo zero”: «Conoscere i nomi di chi destina il proprio 5 per mille a una non profit – spiega – permetterebbe alle organizzazioni di costruire una relazione con chi ha scelto di sostenere un ente non profit. Dando i nomi dei donatori, nel rispetto delle norme legate alla privacy, si eviterebbe la fatica e il costo di ricercare il donatore. E in questo modo lo si potrebbe anche ringraziare». 

Altra idea: «Comunicare il numero di telefono di chi invia sms solidali per aiutare l'organizzazione a contattare più velocemente chi si è dimostrato sensibile a una buona causa».

E infine una proposta fiscale: la tassa di successione. Per Melandri «si potrebbe azzerare completamente per i patrimoni sotto una certa soglia, ad esempio per chi fa una donazione del 3-5% dell'asse ereditario al non profit». 

Stefano Zamagni, economista e presidente dell'Agenzia del terzo settore, indica nella stabilizzazione normativa del 5 per mille, e nella eliminazione del tetto, due obiettivi necessari e praticabili. Ma individua anche retaggi culturali che frenano ancora il settore. «Si sconta ancora l'impostazione ideologica per cui il terzo settore deve restare piccolo, o in alternativa diventare pubblico». 

Parla di miopia, Stefano Zamagni: «L'idea prevalente – spiega – è identificare il terzo settore con il volontariato, che per definizione non viene pagato. L'idea è di un settore un po' ‘straccione’. Una medaglia, un diploma, e basta. Forse dovremmo aspettare una generazione ancora». 

«Il settore d'altra parte deve accelerare il processo di trasformazione da operatore sociale a imprenditore sociale, anche con un'alleanza col for profit, invece che con la Pubblica amministrazione» conclude Zamagni.


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