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domenica 28 giugno 2015

Quando sarà riconosciuta la figura del Caregiver in Italia?

Quando sarà riconosciuta la figura del Caregiver in Italia?

"Quella che non vede i caregiver è certamente una società distratta, ma è anche vero che gli stessi caregiver non fanno molto per attirare l’attenzione, perché sono oberati di lavoro, per pudore e discrezione, perché sono stanchi e rassegnati…" dice Simona Lancioni, Sociologa, caregiver, componente del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

Una bellissima notizia arriva dall'Europa per il Coordinamento Nazionale Famiglie Disabili, per i suoi Soci e, soprattutto, per tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta firme per la Petizione per i Diritti dei Caregiver Familiari in Italia: la commissione petizioni della Comunità Europea ha riconosciuto alla petizione la procedura d'urgenza! Pertanto a breve (probabilmente subito dopo l'estate) in aula a Bruxelles saranno esposte le richieste dei caregiver, mentre l'Italia con mille scuse – ma forse solo per difendere interessi economici di pochi – continua a non considerare la questione.

«Nel nostro Paese – racconta Simona Lancioni – il percorso per il riconoscimento della figura del caregiver familiare e per l’introduzione di qualche misura a sua tutela, incontra diverse resistenze, provenienti talora dagli stessi caregiver, talora da alcune persone con disabilità, in altri casi dal mondo femminile. Ma in un moderno sistema di welfare, costruito sul riconoscimento del diritto di ogni persona a ricevere e prestare cura, il caregiver è un tassello importante del puzzle e queste resistenze andrebbero superate».

Ma chi è il "caregiver"? Una delle definizioni più utilizzate ne parla come di quelle figure, per lo più donne, che, in àmbito domestico, e a titolo gratuito, si prendono cura in modo significativo e continuativo di un congiunto non autosufficiente a causa di una grave disabilità. È una definizione corretta, ma può anche essere ingannevole, perché, ad assumerla in modo acritico, si può finire col credere che si stia parlando di un gruppo di persone omogeneo, e che tra l’uno e l’altro non vi siano differenze rilevanti. Ovviamente non è così: i caregiver non sono tutti uguali.

In un recente post pubblicato su "La Cura Invisibile", il blog che promuove il riconoscimento giuridico e la tutela del caregiver familiare in Italia, si distinguono due tipi di caregiver familiare (ai quali corrispondono anche esigenze di tutela diverse): quelli che si prendono cura di una persona con una patologia progressiva ad esito luttuoso (per i quali sono necessarie tutele crescenti, che tengano conto della progressione dell’impegno di cura), e quelli che si prendono cura di una persona con una grave disabilità che non comporta l’imminente decesso, che tende a stabilizzarsi, e che implica «necessità assistenziali imponenti per l’intero arco di vita» (per i quali si rendono necessarie tutele permanenti, come succede per la malattia di Parkinson).

Ma la realtà è ovviamente molto più frastagliata se si scende nel dettaglio: la cura di minori (ad es. autismo) richiederà impegno e assistenza diversi dalla cura di un parkinsoniano, e così via…

E tuttavia, non sono poi molti i caregiver attivi nel rivendicare il riconoscimento giuridico e la tutela della propria figura (sottolinea Simona Lancioni). Come mai? La vecchiaia, la malattia e la disabilità portano l’attenzione sulla fragilità umana, e in questo frangente, preoccuparsi di sé, chiedere tutele, sono istanze vissute da molti caregiver come forme di egoismo, come un tentativo di trovare pretesti per sottrarsi ai propri doveri e alle proprie responsabilità, e anche come una sorta di disconoscimento della maggiore vulnerabilità altrui («chi ha maggiore bisogno è la persona di cui ti prendi cura, mica te…», sussurra all’orecchio la coscienza, mentre si appresta a far quadrare la contabilità morale).

La stragrande maggioranza dei caregiver sono donne, sono loro, infatti, le più esposte – ad esempio – al ricatto affettivo di vedersi sottrarre i figli se non dimostrano di essere sufficientemente presenti; sono loro ad essere sottoposte, sin dalla prima infanzia, a un’incessante pressione sociale ad assumere ruoli di cura (spiega ancora la Lancioni) e a dover "restare a casa".

Inoltre, la carenza o l’assenza di servizi pubblici, e la generale indisponibilità degli uomini ad assumere ruoli di cura, fa sì che a casa ci stiano comunque, e per di più senza tutele. Semmai, per levare le donne da casa, sono necessari altri tipi di interventi: politiche di conciliazione dei tempi di vita con quelli del lavoro retribuito; la predisposizione di servizi di assistenza (nelle diverse forme: diretta, indiretta e autogestita); misure di contrasto alla rigida attribuzione dei ruoli in base al genere di appartenenza (la cosiddetta “genderizzazione dei ruoli”)...

«In conclusione, possiamo pensare a un moderno sistema di welfare costruito proprio a partire dal riconoscimento del diritto di ogni individuo a ricevere e prestare cura. Un sistema articolato in modo da garantire a tutti la possibilità di conciliare i tempi di lavoro con i tempi di vita, e da assicurare ad ognuno la libertà di scegliere se prestare cura ad un proprio caro ed, eventualmente, in quale misura. In questa prospettiva il riconoscimento e la tutela della figura del caregiver è solo il tassello di un puzzle. Ma è un tassello importante. Ed è per questo motivo che le diverse resistenze cui ho accennato andrebbero superate» conclude la Lancioni.
 

(Articolo liberamente tratto da "I caregiver: un tassello importante del puzzle" pubblicato da Superando.it)
 


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