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domenica 8 marzo 2015

Parkinson: maggiori difficoltà per le donne

Parkinson: maggiori difficoltà per le donne

L’Istituto Neurologico “Carlo Besta” e la Regione Lombardia, il 5 marzo scorso, hanno dedicato, a Milano, un convegno alle differenze di genere nella malattia di Parkinson. Infatti, le donne sono molto più colpite dagli effetti indesiderati dei farmaci, soffrono di depressione, ansia e sono messe in discussione nella vita professionale e in famiglia.

La malattia di Parkinson colpisce uomini e donne in maniera diversa: gli uomini, infatti, sono più numerosi del 50%, mentre è tre volte più frequente tra le donne la comparsa di quei movimenti involontari che costituiscono gli effetti indesiderati del farmaco più usato per tenere sotto controllo i sintomi tipici della malattia, la levodopa.

Anche rispetto alla progressione della malattia ci sono importanti differenze: nei maschi, infatti, a farne le spese sono soprattutto le capacità di comprensione e di ragionamento mentre nel genere femminile sono più frequenti ansia e depressione. Per le donne sono anche più gravi le ricadute sociali: oltre alla compromissione della propria capacità lavorativa, perdono anche il ruolo all’interno della famiglia.

Proprio alla malattia di Parkinson e alle parità tra uomo e donna – nella buona salute e nella cura – l’Istituto Neurologico “Carlo Besta” e la Regione Lombardia hanno dedicato il convegno “Tutta cuore e cervello – Parkinson: le donne non tremano”. Si tratta del sesto appuntamento di questo ciclo di incontri: infatti, l’Istituto Neurologico Besta, tramite il Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG), dal 2009 promuove azioni formative sulla medicina di genere, organizzando ogni anno un evento su una patologia neurologica in cui vengono affrontati sia gli aspetti medico-scientifici che gli aspetti sociali.

Spiega Barbara Garavaglia, responsabile del Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG) e direttore dell’Unità di neurogenetica molecolare dell’Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano: «La maggiore frequenza degli effetti collaterali dei farmaci è una conseguenza del limitato numero di donne coinvolte nella sperimentazione clinica delle nuove terapie, che porta a non conoscere tutte le conseguenze dell’uso dei farmaci in entrambi i sessi. Le terapie agiscono in maniera diversa sulle donne perché hanno un peso corporeo inferiore e quindi nel loro organismo i principi attivi sono più concentrati e hanno di conseguenza effetti superiori, talvolta indesiderati».

A sottolineare quanto sia attuale il problema è la presidente di Parkinson Italia ONLUS, Lucilla Bossi, intervenuta al Convegno con una sua relazione, che racconta un fatto particolare, accaduto proprio durante il convegno stesso: «Convegno ben fatto e molto utile, in un Paese, il nostro, in cui il tema del genere è ancora poco sentito e ancora estraneo alla nostra cultura. Basti pensare che uno dei relatori, guarda caso di sesso maschile, ha presentato e commentato una serie di diapositive – sforando anche sui tempi – nella quale il tema del ‘genere’ non era neanche lontanamente trattato. Io questa la chiamo mancanza di rispetto per il pubblico in generale e per i pazienti in particolare. Mancanza di rispetto e maleducazione. E credo di essere arrivata al limite della sopportazione, come paziente, come presidente e come persona».

Le differenze della malattia di Parkinson tra i due generi

Le donne si ammalano di Parkinson in misura inferiore rispetto agli uomini, anche se con problematiche più gravi. Vi è differenza, inoltre, nell’età in cui compare la malattia: nel genere femminile vi è un esordio ritardato in media di circa 2 anni, con un’età media di 66 anni per gli uomini a fronte di 68 anni per le donne.

La maggiore resistenza del genere femminile è dovuta alla funzione protettiva che gli ormoni femminili, gli estrogeni, esercitano contro l’insorgenza e la progressione della malattia. Questi ormoni, infatti, prevengono la distruzione dei neuroni che producono la dopamina, una sostanza che presiede al controllo dei movimenti del corpo. Queste cellule sono il principale bersaglio delle neurotossine che causano la malattia di Parkinson. Si stima che una maggiore esposizione agli estrogeni, sia naturali, sia dovuti alle terapie ormonali, riduca il rischio di Parkinson di circa il 43%.

Inoltre, la stimolazione cerebrale profonda (DBS, cioè l’impianto – direttamente nel cervello – di piccoli elettrodi che riduce alcuni sintomi e porta a un miglioramento delle capacità nelle azioni quotidiane) ha una maggiore efficacia sulle donne.

La malattia di Parkinson: origine e caratteristiche

Anche se non è stata ancora accertata scientificamente la causa, si pensa che il Parkinson sia una patologia che deriva da fattori sia ambientali (stili di vita, inquinamento, alimentazione, infezioni ecc.) sia genetici. Si è recentemente osservato, infatti, che il 10-20% dei pazienti ha più di un caso nella propria famiglia e che quindi c’è un coinvolgimento di fattori ereditari nell’insorgere della malattia. Mentre in Francia – già da due anni – il Parkinson è riconosciuto come malattia professionale degli agricoltori, notoriamente più esposti ai pesticidi.

I trials clinici

I farmaci sono sperimentati prevalentemente sugli uomini e per tale ragione non sempre sono adatti alle donne. La scelta di non arruolare le donne è stata presa in passato per ragioni etiche, per timore di una gravidanza durante la sperimentazione. Un caso eclatante sono stati gli oltre 12.000 bambini nati focomelici negli anni ’60 a causa del talidomide, un farmaco antiemetico usato anche nelle donne in gravidanza.

Vi sono però anche ragioni economiche, in quanto le donne non sono una categoria omogenea – in considerazione della variabilità ormonale che caratterizza la loro vita – e questa variabilità aumenta il numero dei campioni e prolunga la ricerca aumentando i suoi costi.

La mancanza di una sperimentazione clinica sufficientemente approfondita nelle donne porta che il numero delle reazioni avverse ai farmaci nella fascia di età 35-44 anni è quasi doppio nel genere femminile.

Alcuni casi di “dispari” sperimentazioni

Tra gli anni ’70-80, per proteggere la donna e il nascituro la Food and Drug Administration americana ha escluso le donne dagli studi clinici di fase III, tra cui una sperimentazione sugli effetti (Physicians‘ Health Study) dell'aspirina sulle malattie cardiovascolari in cui furono arruolati 22.071 uomini e nessuna donna (1989 N. Engl. J. Med. 321:129–135). Anche nel Multiple Risk Factor Intervention Trial (MRFIT), condotto tra il 1973-1982 per valutare le correlazioni tra pressione arteriosa, fumo, colesterolo e malattie coronariche, non fu coinvolta nessuna donna a fronte di 12.866 uomini.

Nel Longitudinal Study sull’invecchiamento del National Institute on Aging di Baltimore (1958-1975) le donne erano escluse, nonostante costituissero i 2/3 della popolazione con più di 65 anni. Infine il primo studio (1984) sul ruolo degli estrogeni come possibile trattamento nella prevenzione delle malattie cardiache fu condotto esclusivamente su uomini con gravi conseguenze in termini di tumori e femminilizzazione.

Le differenze tra uomo e donna

L’organismo maschile e quello femminile rispondono in maniera diversa ai farmaci a causa delle diversità fisiologiche e anatomiche: le donne hanno un minore peso corporeo, una maggiore massa grassa e in generale hanno più difficoltà nell’assorbimento gastrico dei farmaci. Spesso i sintomi di una malattia possono essere diversi tra uomo e donna. Un esempio tipico è l’infarto del miocardio che nella donna non si presenta quasi mai con il “classico” dolore toracico che i testi medici riportano ma con disturbi simil-influenzali: astenia profonda, nausea, a volte vomito, sudorazione profusa e un dolore più frequentemente dorsale, irradiato alle braccia e al collo. Ma queste differenze non sono così note e quindi l’infarto nella donna non viene subito riconosciuto, anche se uno studio condotto negli Stati Uniti ha dimostrato che tra il 1979 e il 2000 la mortalità delle donne per patologie cardiovascolari ha superato quella degli uomini.


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