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martedì 26 novembre 2013

Con informazione e diagnosi precoce è possibile convivere bene col Parkinson

Con informazione e diagnosi precoce è possibile convivere bene col Parkinson

"In terapia entro 4 anni dall'insorgere della malattia, così si può vivere bene". Lo dice il Professor Fabrizio Stocchi, Neurologo, esperto a livello mondiale sulla malattia di Parkinson e parkinsonismi, direttore del Centro di Ricerca sul Parkinson e sui Disturbi Motori presso l'IRCCS San Raffaele. Ma i medici di base e spesso anche i neurologi, mal interpretano i sintomi riferiti dai malati più giovani, ritardando le diagnosi.

“Innanzitutto va detto che la malattia di Parkinson è molto diffusa – spiega il Prof. Stocchi – e che colpisce 1 soggetto su 100 al di sopra dei 60 anni e 3 su 1000 per quanto riguarda la popolazione in generale. Si stima che in Italia ci siano circa 200.000 soggetti che soffrono di questa patologia, o quantomeno di parkinsonismi".

"L'aspetto importante è che 1 soggetto su 4 ha un esordio al di sotto dei 50 anni e ci sono moltissimi casi di insorgenza tra i 30 e 40 anni. E non tutti sono di natura genetica. Ad oggi sappiamo che circa un 20 per cento dei casi ha una caratterizzazione genetica, il restante 80 per cento resta sporadico. Di questo 80 per cento molti pazienti sono giovani. Si tratta di una malattia molto diffusa nella fascia di età altamente produttiva" continua Stocchi.

“Si stima che circa l'8-10 per cento dei casi non vengano diagnosticati. Ma riteniamo anche che essi siano più spostati verso la fascia senile o molto senile poiché, a volte, si possono scambiare i sintomi iniziali, o comunque quelli più caratteristici della malattia di Parkinson, con un invecchiamento particolarmente aggressivo. Invece, tra i giovani la diagnosi viene fatta sostanzialmente in tutti i pazienti. Il problema è il fatto che ci possono essere notevoli ritardi nella diagnosi" evidenzia il professore.

"Questo è un interrogativo che ci stiamo ponendo perché, effettivamente, in media, la diagnosi di Parkinson è stilata 18-24 mesi dopo i primi sintomi della malattia, il che determina un ritardo nell'inizio della terapia. Il ritardo nella diagnosi è ancora più evidente nei soggetti che non hanno tremore tra i sintomi più importanti, e sono circa il 27 per cento. Inoltre, si tratta di giovani per l'appunto, ai quali la diagnosi viene ritardata poiché dai medici di base, ma va detto anche da neurologi, non viene individuato il morbo di Parkinson come possibile causa dei sintomi riferiti" denuncia Stocchi.

E continua: "Proprio per questo tre anni fa, su mia iniziativa, la società scientifica Lega Italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson, le Sindromi Extrapiramidali e le Demenze (LIMPE) ha promosso una Campagna di conoscenza sulla malattia, fissando una giornata nazionale - che cade l'ultimo sabato di novembre - in cui si cerca di aprire alla società la conoscenza della malattia stessa, in modo da far sì che anche i sintomi iniziali possano essere individuati: conoscere meglio la malattia per curarla meglio".

Fabrizio Stocchi osserva anche che "Nell'opinione generale spesso si confonde la malattia di Parkinson con l'Alzheimer, e molti altri pensano esclusivamente all'anziano che trema. Pochi sanno che nei giovani la malattia si manifesta con cinesia (lentezza dei movimenti e rigidità muscolare), che poi porta alla disabilità. Per quanto riguarda i sintomi non motori, nella diagnosi pre-motoria si presta particolare attenzione a sintomi come la perdita dell'olfatto, la depressione, la stipsi, l'agitazione durante il sonno notturno, tutti indizi 'precoci', anche se non hanno una 'specificità', in quanto si possono trovare nella popolazione in generale".

"Stiamo cercando di correlare questi sintomi a biomarkers 'affidabili' – spiega Stocchi – in modo da anticipare la diagnosi nella fase pre-motoria, sapendo che questa fase prodromica (manifestazione morbosa, senza carattere specifico, che precede l'insorgenza dei sintomi caratteristici di una malattia) dura circa sette anni. Dunque, l'obiettivo è una diagnosi 'precoce' di modo che il cervello è ancora in grado di compensare i sintomi motori, e mantenere il paziente nella fase pre-motoria. Poiché sappiamo che quando compaiono i sintomi motori il soggetto ha già perso 50-70 per cento delle cellule dopaminergiche, ossia si trova in una fase abbastanza avanzata della malattia. Si potrebbe fare qualcosa per mantenere questo 'pool' cellulare stabilizzando la malattia a livello di sintomi molto lievi. Se si potesse intervenire precocemente il paziente potrebbe non accusare sintomi motori e condurre una vita con una qualità migliore".


 


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