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domenica 8 dicembre 2013

Abbruzzese: su assistenza Parkinson, Italia in ritardo

Abbruzzese: su assistenza Parkinson, Italia in ritardo

I numeri del Parkinson parlano chiaro: almeno 220.000 casi in Italia, cioè una delle malattie maggiormente presenti nelle famiglie italiane.

Riguardo all'assistenza, l'Italia è in ritardo: ai pazienti servono centri di riferimento ad alta specializzazione, reti assistenziali territoriali e l’opportunità di continuare a svolgere una vita attiva. Ne parla il prof. Giovanni Abbruzzese, Presidente Limpe (Lega Italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson) e Responsabile del dipartimento di Scienze Neurologiche dell’Università di Genova.

"La malattia di Parkinson rappresenta un problema assistenziale rilevante in relazione all’elevata numerosità dei pazienti (circa 220.000 casi in Italia) e all’evoluzione cronica e invalidante della malattia. Da ciò consegue la necessità di omogeneizzare gli interventi diagnostico-terapeutici sul territorio nazionale (Pdt – piano diagnostico-terapeutico) evitando terapie improprie o non certificate, sprechi di risorse e nel contempo garantendo a tutti i pazienti gli accessi adeguati. Uno strumento indispensabile per raggiungere questi obiettivi è la disponibilità di Linee Guida (nazionali o europee) che rappresentino un punto di riferimento con solide basi scientifiche" spiega il prof. Abbruzzese.

"Non esistono sostanziali differenze della malattia nei vari paesi europei rispetto all’Italia. Le caratteristiche epidemiologiche e le modalità diagnostico-terapeutiche sono sostanzialmente identiche – continua Abbruzzese –. Le differenze possono essere riferite, invece, al modello assistenziale che può cambiare nei diversi paesi. A questo riguardo, l’Italia è sicuramente in ritardo e dovrebbe dotarsi di un’organizzazione più adeguata che preveda centri di riferimento ad alta specializzazione e reti assistenziali territoriali".

Dato che non esistono al momento modalità per poter prevenire la malattia, i consigli per i cittadini riguardano essenzialmente l’opportunità di continuare a svolgere una vita attiva sia sul piano motorio che intellettuale (vi sono evidenze che l’esercizio fisico può ridurre gli effetti della malattia) con anche ricorso a un’alimentazione naturale a basso contenuto di proteine.

"Non esiste nemmeno una cura in grado di guarire e neppure arrestare la malattia. Al momento le terapie (mediche e chirurgiche) disponibili risultano efficaci ma con un significato solo sintomatico. In altre parole, la malattia continua comunque a progredire con la comparsa anche di sintomi non responsivi al trattamento. Uno dei maggiori obiettivi della ricerca è, quindi, quello d’identificare agenti farmacologici o sostanze in grado d’interferire con il processo biologico responsabile della malattia. Esistono molti studi sperimentali in tal senso, ma siamo ancora lontani dalla possibile traduzione dei risultati nella pratica clinica" continua Abbruzzese.

La diagnosi di malattia di Parkinson rimane una diagnosi clinica basata sul riconoscimento di specifici sintomi/segni clinici in accordo a criteri internazionali. Tuttavia le classiche manifestazioni motorie (acinesia, rigidità, tremore) della malattia possono essere precedute da sintomi non-motori (depressione, perdita dell’olfatto, stipsi, etc.) il cui riconoscimento potrebbe rappresentare un campanello d’allarme. Tuttavia, questi sintomi sono aspecifici e, quindi, devono essere valutati in un contesto adeguato senza allarmismi.


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