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domenica 13 ottobre 2013

Ricerca, svolta per Alzheimer e Parkinson: un composto ne blocca i danni nei topi

Ricerca, svolta per Alzheimer e Parkinson: un composto ne blocca i danni nei topi

La buona notizia viene dall’Inghilterra, dove gli scienziati avrebbero aperto la strada alla prospettiva di nuovi farmaci non solo per la cura di Alzheimer e Parkinson, ma anche per quella di altre malattie neurologiche.

Per ora si tratta di test effettuati su modello animale: nei topi, la molecola sperimentata si è dimostrata in grado di prevenire la distruzione delle cellule cerebrali. Il gruppo di ricerca dell'unità di Tossicologia del Medical Research Council, che ha sede presso l'Università di Leicester, si è focalizzato sui meccanismi di difesa naturali delle cellule cerebrali, come riporta "Science Translational Medicine".

Tutto dipende da una proteina “ripiegata male”. Le ricerche effettuate sui topi dimostrano che non sarebbero queste proteine “storte”, di per sé, a uccidere le cellule del cervello: loro muoiono perché, nel tentativo di proteggersi, semplicemente smettono di produrre proteine, e fra queste ce n’è di vitali per la loro sopravvivenza. Coi topi si è invece riusciti a “riaccendere” la produzione delle proteine, sbarrando così la strada alla malattia. Gli animali non trattati, invece, incontrano prima problemi nei movimenti, e poi muoiono.

A capo della ricerca c’è Giovanna Mallucci dell’Università di Leicester: “È stato sorprendente. Nei topi trattati, i loro cervelli erano completamente protetti”.

Gli effetti collaterali di questo trattamento sono ancora pesanti, e per adoperarlo sull’uomo bisognerà aspettare almeno un decennio. Ma le parole del professor Roger Morris del King’s College di Londra danno speranza: “È la prima prova convincente di come una sostanza, del genere che più facilmente diventa una medicina, possa impedire la progressiva moria dei neuroni nel cervello. Come accade, ad esempio, per la malattia di Alzheimer o quella di Parkinson. È vero, lo studio è stato condotto sui topi, non sull’uomo; e non è la stessa malattia ad esser stata curata. Ma ci sono prove considerevoli che il modo in cui i neuroni muoiono nei due casi è simile”.
 


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